Il 28 ottobre 1917, subito dopo Caporetto, Luigi Cadorna inviò ai comandi un comunicato che scaricava la responsabilità della sconfitta sui soldati: reparti che si erano vilmente ritirati o ignominiosamente arresi. Era una narrativa costruita per scagionare il comando.
Cadorna fu rimosso l’8 novembre 1917. Era inviso alla politica, ai soldati che trattava come materiale da consumare, e alla realtà dei fatti. Il suo successore Diaz applicò una logica diversa — per scelta o per necessità, non è facile dirlo — e l’esercito italiano tenne fino a Vittorio Veneto. Cadorna fu il parafulmine. Il sistema rimase intatto.
Badoglio, assente a Caporetto con il suo ordine di non aprire il fuoco, non subì conseguenze di rilievo. Le responsabilità della disfatta furono distribuite e in parte coperte per ragioni politiche. Fu anzi promosso e continuò la carriera, fino al 1944, come capo del governo del Sud, senza aver mai risposto di nulla.
Ma i reparti, lungo tutti i livelli gerarchici, compilavano documenti. Relazioni operative, dichiarazioni degli ufficiali superstiti, registrazioni delle perdite, diari di reparto. Documenti prodotti in tempo reale, sotto pressione, da chi era lì — non per la storia, ma per registrare fatti operativi. Distribuiti per segnatura negli archivi militari, sono rimasti lì. E quegli stessi documenti sono stati usati nelle inchieste e nei processi del dopoguerra per ricostruire le responsabilità.
Una narrativa ufficiale si era scontrata con una documentazione che non era stata prodotta per contraddirla. Ma che la contraddiceva comunque.
I tre livelli della storia
La storia si costruisce su livelli che non si sostituiscono.
Il generale Giuseppe Boriani, che comandava la Divisione Bersaglieri in quei giorni, ha scritto le sue memorie: L’ultima retroguardia. Non è uno storico che ricostruisce — è il protagonista che scrive. Vede la battaglia dal livello del comando: divisioni, brigate, corpi d’armata, il senso complessivo di quello che stava accadendo.
Paolo Gaspari e Alberto Pertoldi, nel Combattimento di Pradamano, scendono ai battaglioni e alle compagnie, ai tenenti che tengono il ponte fino all’ultima cartuccia, ai movimenti ora per ora. Attingono direttamente ai documenti dell’Ufficio Storico dell’Esercito.
Nessuno di questi livelli è sufficiente da solo. Boriani spiega il contesto ma non nomina i singoli. Gaspari e Pertoldi ricostruiscono i movimenti ma lavorano per aggregati. Per trovare il nome di un uomo specifico, bisogna scendere ancora: al fascicolo individuale, al foglio matricolare, alla dichiarazione di irreperibilità.
È lì che si trovano i singoli. E da lì, la storia di Caporetto cambia.
Due modelli in collisione
Il comando italiano aveva ricevuto informazioni precise dai disertori sull’imminente offensiva. Le rivalità interne allo Stato Maggiore — Cadorna e Capello in disaccordo sul dispositivo difensivo o offensivo — avevano paralizzato le decisioni. E Badoglio era assente.
Nel sistema italiano non si muoveva nulla senza un ordine scritto — non per coordinare meglio, ma per trasferire la responsabilità. Non importava il risultato: importava chi firmava. Una mentalità che non è rimasta lì, ma che continua a fare parte del costume italiano.
Dall’altra parte, i tedeschi avevano pianificato in poche settimane il trasferimento di reparti e materiali su richiesta austriaca: calcolo dei convogli ferroviari, percorsi scelti per non rivelare il dispositivo, coordinamento logistico di una precisione che non aveva precedenti su quel fronte. Non era solo capacità tecnica. Era il riflesso di un modello di comando radicalmente diverso: l’Auftragstaktik, la tattica per obiettivi. Ogni livello gerarchico riceveva un obiettivo, non un ordine dettagliato su come raggiungerlo. Sottufficiali e tenenti erano formati e autorizzati a decidere autonomamente quando le comunicazioni si interrompevano o la situazione cambiava.
Non era solo una scelta organizzativa. Rifletteva una cultura in cui la competenza era riconosciuta a ogni livello della gerarchia — dentro e fuori dall’esercito. In Italia quella cultura mancava. E a questo si aggiungeva qualcosa di più profondo: la dottrina della guerra era cambiata, ma non tutti al comando se n’erano accorti. La realtà sul campo era già altrove rispetto ai piani.
Quel modello presupponeva qualcosa che nel sistema italiano mancava: la fiducia che chi stava ai livelli bassi della gerarchia fosse capace di giudizio autonomo. Non era una differenza tecnica. Era una differenza di visione sociale e di cultura professionale — una distanza che attraversava l’esercito come la società. I tedeschi quella cultura l’avevano già costruita, dentro e fuori dall’esercito. I contadini italiani la stavano costruendo in trincea, loro malgrado, attraverso la condivisione degli stenti e la dipendenza reciproca — non per un’idea, ma per gli uomini alla propria destra e alla propria sinistra.
La manovra
La Divisione Bersaglieri aveva ricevuto un compito preciso: manovra di presa di contatto e frenaggio, per consentire il ripiegamento degli altri reparti e chiudere la ritirata. Era un ordine consapevole. Le perdite attese erano stimate intorno al settanta percento. Non era un’anomalia — era il calcolo di chi pianifica una retroguardia estrema.
Il 37° e il 43° battaglione tennero le posizioni sul ponte tra Buttrio e Pradamano oltre il tempo previsto, perché i reparti ai quali avrebbero dovuto garantire il ripiegamento non si presentarono ai punti di contatto stabiliti, senza che venisse comunicato nulla al loro comando. Nessun ordine di movimento, nessuna informazione. Tennero la linea perché era quello il loro compito — e perché non sapevano che la situazione era già cambiata altrove.
Boriani, che manteneva il contatto tra i suoi reparti e gli altri comandi, valutò la situazione e anticipò di alcune ore l’ordine di movimento, secondo una sequenza precisa: prima il 29°, poi il 43°, poi il 37°, che per la sua posizione avanzata sarebbe stato l’ultimo a disimpegnarsi. Il 29° riuscì a muoversi. Il 37° e il 43° furono investiti da nuovi attacchi mentre si stavano ancora predisponendo. Il 37° si trovò nella posizione peggiore rispetto alla manovra di aggiramento che stava per essere completata.
Quando il Maggiore Tosi, comandante del 37° battaglione — l’unico a cavallo — ricevette l’ordine di ripiegare, prima di muoversi radunò i suoi uomini e li inquadrò in ordine di marcia. In un momento di massima pressione, scelse di anteporre la coesione del reparto alla velocità del movimento. Si mossero come un reparto, non come una fuga.
Il 37° battaglione fu praticamente distrutto. Il 43° dimezzato. Le perdite complessive della divisione ammontarono a circa settanta ufficiali e millesettecento uomini di truppa.
Alessandro
Grilli Alessandro, figlio di Giovanni, nato il 29 febbraio 1884 a Castignano. Contadino. Non sapeva leggere né scrivere. Richiamato nel maggio 1916, passato per il 21° Reggimento Bersaglieri, assegnato al 4° nel maggio 1917.
L’ultima annotazione sul foglio matricolare: ferito a Pradamano il 31 ottobre 1917, scomparso dopo. Non identificato tra i morti, non denunciato come prigioniero. Dichiarato irreperibile nel gennaio 1919.
Prima di partire aveva detto alla moglie di occuparsi della bambina appena nata. Sapeva che non sarebbe tornato.
Alessandro non è un eroe nel senso convenzionale del termine. Non aveva ragioni ideologiche per difendere niente. Non voleva essere lì. Ma lì c’era — insieme ad altri uomini che non avevano scelto, che condividevano gli stenti, la paura, la consapevolezza di chi sa già come va a finire.
Non si trattava di scegliere tra restare e fuggire. Erano reparti che avevano combattuto e vinto insieme, con una fiducia costruita sul campo. Avevano un compito, lo conoscevano, ne conoscevano il costo. Quando il sistema di comando esterno aveva già ceduto intorno a loro, hanno continuato a fare quello che sapevano fare — fino a quando il tentativo di aggiramento li ha travolti, o appena in tempo per non esserlo.
Gli archivi
Alessandro è cercabile perché qualcuno ha conservato il suo fascicolo. Le carte operative dei reparti sono consultabili perché l’Ufficio Storico dell’Esercito le ha custodite per un secolo. I libri di Boriani e di Gaspari-Pertoldi esistono perché qualcuno ha fatto il lavoro di ricerca e ricostruzione.
Non tutto il materiale è digitalizzato — non per pigrizia istituzionale, ma per la vastità del patrimonio e la complessità del lavoro. Questo significa che parte delle fonti è ancora accessibile solo fisicamente, solo in loco, solo a chi fa il viaggio. È una limitazione che non è sentimentale: finché una fonte non è accessibile, non entra nell’analisi.
In quale battaglione si trovava Alessandro il 31 ottobre 1917 — nel 37°, praticamente distrutto sul ponte, o nel 43°, dimezzato nel ripiegamento? I Diari Storici del 4° Reggimento Bersaglieri per quei giorni sono all’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, segnatura B-1, 139/S-1735C. Consultabili solo a Roma, solo in loco.
La risposta potrebbe essere lì. O potrebbe non esserci.
La storia di Alessandro, come la grande storia, non si costruisce con le narrazioni. Si costruisce con i documenti, con la ricostruzione dei fatti e del contesto, che li rende leggibili. Senza questi archivi, e senza le persone che li custodiscono, niente di tutto questo sarebbe possibile.


