Disordini a Milano, devastazioni, un decreto in arrivo. Lo sanno tutti.
Da una parte il governo si concentra sui danni e sull'ordine, con norme più restrittive. Dall'altra l'opposizione indica nelle politiche del governo la causa di tutto. Sono due letture strumentali, ognuna a uso dell'altra.
Il governo di oggi qualche responsabilità ce l'ha, ma un malessere così non nasce in una legislatura: altre maggioranze hanno governato a lungo prima. In questi quattro anni, poi, sono successi fatti di politica estera su cui l'Italia non ha un vero potere decisionale, perché gli attori che li determinano sono altri. Pensare il contrario è ingenuo.
Sotto queste posizioni ne spunta una più vecchia: fascismo, antifascismo, Resistenza. È il filo a cui ciascuno aggancia le proprie deduzioni.
Poi c'è quello che resta, nei titoli. Da una parte: «Ho chiamato Michela Ponzani signora perché altrimenti dovevo dire professoressa a contratto». Dall'altra: «Non mi scuso, anzi. E mi chiami professoressa».
Il confronto si riduce a questo: essere o non essere professore, essere o non essere signora, aver mancato di riconoscere un titolo. Dei disordini, e di ciò che li ha provocati, non resta niente.
Non è una tesi. Se dovessi riscrivere oggi "Il paese che non ha mai perso", "La gerarchia come conservazione della posizione" e "Il problema siamo noi", partirei da qui: il meccanismo che descrivevano è tutto dentro questa settimana.

