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Una convergenza e le sue premesse
Il 25 aprile non è la festa di una fazione. È il momento in cui — per ragioni diverse, con motivazioni diverse, con gradi diversi di convinzione — una convergenza sufficientemente ampia liberò il paese da un regime e da una occupazione straniera, rendendo possibile la fondazione di una nuova identità nazionale garantita dalla Costituzione.
Quella convergenza non era ideologicamente pura. Era pragmatica, contraddittoria, piena di interessi e storie diverse. Ma produsse qualcosa di reale e duraturo. La Costituzione che oggi ciascuno usa strumentalmente contro i propri avversari politici esiste solo grazie a quella convergenza. È un paradosso che il ragionamento motivato dall’appartenenza identitaria continua sistematicamente a non vedere.
Quella convergenza aveva in sé le premesse per una elaborazione storica condivisa. Non avvenne. Le verità non dette, le responsabilità non dichiarate da nessuna parte nei mesi e negli anni immediatamente successivi alla liberazione, impedirono quella elaborazione. La convergenza si frammentò di nuovo in narrazioni contrapposte. Da quel momento il ragionamento motivato dall’identità di schieramento non fu più un residuo del passato — divenne una scelta strutturale che si rinnova ad ogni generazione.
Quello che segue non è una revisione storica del 25 aprile. Non intende equiparare la lotta di liberazione al fascismo, né i fenomeni storici che li caratterizzano. La caduta del regime è un dato storicamente non discutibile nel suo significato. Il meccanismo comune che verrà descritto non produce equivalenza tra i due fenomeni — sono storicamente, filosoficamente e moralmente distinti. Quello che hanno in comune non è la natura, ma il riflesso: la stessa incapacità di fare i conti con la realtà quando essa contraddice l’identità del gruppo. Quello che è in esame è il meccanismo che si è generato nei decenni successivi — e il costo che quel meccanismo continua a produrre oggi.
Un caso paradigmatico
Quella mancata elaborazione non rimase confinata al dopoguerra. Si riprodusse. Cambiarono i protagonisti, cambiò il contesto storico, ma il meccanismo rimase identico: la verità subordinata alla coerenza del gruppo.
Il 17 maggio 1972 Luigi Calabresi, commissario di polizia, venne ucciso davanti alla sua abitazione di Milano da due colpi di pistola. Lasciò la moglie incinta e due figli piccoli. Il caso rimase irrisolto per sedici anni.
Nel 1988 Leonardo Marino, ex militante di Lotta Continua, confessò e accusò Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi. Nel 1997 la Cassazione confermò la condanna definitiva per tutti e tre. La verità giudiziaria esiste. Quella storica rimane controversa per ragioni metodologiche precise: l’intera costruzione accusatoria poggia su un’unica testimonianza, raccolta sedici anni dopo i fatti, senza riscontri materiali indipendenti. Sofri non ha mai confessato.
Quello che rimane al di fuori di qualsiasi dibattito giudiziario è una contraddizione interna alla posizione stessa. Lotta Continua si presentava come movimento di emancipazione dell’uomo — con un linguaggio dei diritti, una visione del destino collettivo, una elaborazione morale esplicita. Su quello stesso piano, la morte deliberata di una persona specifica, con una famiglia specifica, non può essere letta come effetto collaterale necessario. Non regge sui principi che quella visione dichiarava — indipendentemente da chi abbia materialmente agito.
C’è un ulteriore elemento che il tempo ha reso visibile. Un movimento che si proponeva di rifondare la società su basi nuove aveva, in quella stessa pretesa, un obbligo di chiarezza sulle proprie responsabilità storiche. Non averlo fatto — indipendentemente dalla verità giudiziaria — significa aver praticato la stessa opacità che attribuiva al sistema che intendeva abbattere. Non è una critica esterna. È una contraddizione interna al progetto stesso.
Si potrebbe obiettare che anche Pinelli era morto — precipitato da una finestra della questura di Milano il 15 dicembre 1969, durante un interrogatorio, in circostanze mai completamente chiarite. L’obiezione è legittima e la questione storica rimane aperta. Ma Pinelli era anarchico. L’anarchismo è filosoficamente incompatibile con una violenza organizzata, pianificata, verticistica, decisa da una avanguardia in nome di tutti. Trasformarlo in simbolo di una causa organizzata — e la sua morte in giustificazione morale per un omicidio pianificato — è una appropriazione indebita che Pinelli, coerente con il proprio pensiero, avrebbe probabilmente rifiutato. La sua morte era una ragione in più per esigere verità istituzionale. Non una licenza per produrne altra.
La sconfitta che nessuno dichiara
Questo episodio non è una anomalia storica. È un esempio paradigmatico di un meccanismo più antico e più radicato.
Né il fascismo né il comunismo — nelle loro esperienze storiche concrete — hanno mai dichiarato la propria sconfitta. Non una sconfitta tattica, superabile con nuove strategie. Una sconfitta strategica: la storia li ha superati perché si sono falsificati dall’interno, tradendo i principi di cui si erano fatti portatori.
Il fascismo si proponeva come rigenerazione nazionale e difesa della civiltà. Ha prodotto guerra, macerie e vergogna. Era essenzialmente una tecnologia del potere — pragmatica, reattiva, priva di una vera teoria dell’uomo e della storia. Non aveva fondamenta filosofiche solide da tradire. Aveva promesse concrete che non ha mantenuto.
Il comunismo è altra cosa. Ha alle spalle una elaborazione filosofica seria sulla natura dell’uomo, sullo sfruttamento, sulla direzione della storia. Ha preteso di essere scientifico. Questa differenza di natura spiega la diversa durata: il comunismo aveva una architettura teorica che ha sostenuto la sua applicazione pratica per settant’anni, il fascismo no. Ma quella durata maggiore non ha prodotto risultati migliori — ha prolungato i danni. Entrambi, nell’applicazione concreta, hanno tradito le proprie premesse fondanti: disastri sociali, umani ed economici documentati e misurabili. Su scale diverse, con modalità diverse. Ma con una costante comune: la realtà ha smentito le promesse.
Due fenomeni diversi per natura, durata e peso storico. Non assimilabili. Ma accomunati dallo stesso riflesso: nessuno ha mai detto con chiarezza “abbiamo perso, e avevamo torto su questo.”
Quel riflesso non è esclusivamente italiano — il trasformismo e la sconfitta mai dichiarata sono presenti in molte culture politiche. La specificità italiana è altra: qui quel meccanismo è diventato un alibi strutturale. La psicologia cognitiva lo chiama ragionamento motivato (Kunda, 1990). Le prove si cercano dove confermano, non dove falsificano. In Italia quel meccanismo non elimina il dibattito pubblico — ne sostituisce il contenuto. Si dibatte intensamente, ma sulle posizioni identitarie di ieri, non sulle istanze concrete di oggi. Permette alla politica di spendersi in contrapposizioni di schieramento invece di affrontare problemi reali, concreti e spesso scomodi da presentare agli elettori.
La discontinuità obbligata
La Germania del dopoguerra aveva una caratteristica che l’Italia non aveva: la sconfitta era totale, materiale, geograficamente visibile. Le macerie erano letterali. Non lasciavano spazio a narrazioni alternative, a trasformismi, a continuità silenziose. Imponevano una discontinuità.
Quella discontinuità obbligata ha reso possibile — non semplice, non indolore, ma possibile — un processo istituzionale di elaborazione collettiva. I processi di Norimberga, la denazificazione, il confronto pubblico con la propria storia. Non perché i tedeschi fossero moralmente superiori. Perché non avevano scelta narrativa.
In Italia la sconfitta del fascismo avvenne attraverso una guerra civile, non una resa netta. I funzionari restarono, la burocrazia restò, le reti di potere locale si adattarono. Il trasformismo operò immediatamente e silenziosamente. Senza discontinuità certificata, nessun obbligo di resa dei conti.
Le narrazioni contrapposte entrarono nelle famiglie. Diventarono identità personale prima ancora che politica. E quelle stesse persone occuparono naturalmente gli spazi pubblici — partiti, università, giornali, amministrazioni. Non per un piano coordinato. Per inerzia culturale.
Il risultato è un meccanismo che si autosostiene senza bisogno di regia. Ogni problema contemporaneo viene ricondotto alle narrazioni storiche contrapposte — non necessariamente per malafede, ma perché è il linguaggio disponibile. È quello che si è imparato in famiglia, quello che produce consenso, quello che definisce appartenenza.
Il costo concreto
Le conseguenze di questo meccanismo non sono astratte. Sono misurabili.
Dal dopoguerra ad oggi l’Italia ha attraversato governi di ogni colore e coalizione. Democrazia cristiana, centrosinistra, centrodestra, governi tecnici, movimenti che si presentavano come rottura radicale con il passato. Ognuno accompagnato dalla narrazione del cambiamento finalmente possibile. Nel frattempo, la transizione energetica, la demografia, la competitività economica, l’intelligenza artificiale, la geopolitica che si riassesta — sfide concrete che non aspettano e non si orientano sulle categorie del Novecento — sono rimaste sistematicamente in secondo piano.
La struttura sottostante non è cambiata
Il debito pubblico cresce. La produttività ristagna. I giovani emigrano. La burocrazia resiste a qualsiasi riforma che ne intacchi l’inerzia. La giustizia rimane lenta. Queste non sono opinioni — sono costanti empiricamente osservabili attraverso decenni di alternanze politiche.
Il motivo non è necessariamente incompetenza o malafede. È un cortocircuito: chi governa risponde agli incentivi che l’elettorato produce. Le narrazioni identitarie vengono premiate dal voto, le istanze concrete sistematicamente rinviate. Quando il consenso si costruisce sulle narrazioni, le soluzioni reali diventano un rischio elettorale: costano qualcosa, richiedono sacrifici, e chi le propone raramente viene premiato per questo. Non è un fallimento del sistema — è il sistema che funziona esattamente come gli viene chiesto.
I cambiamenti strutturali reali sono arrivati quasi sempre dall’esterno — i vincoli europei, il Patto di Stabilità, le riforme imposte dalla Commissione. Ma anche quella pressione esterna viene processata attraverso la logica del trasformismo: adeguamento formale nella forma, continuità nella sostanza. I vincoli vengono accettati sulla carta e aggirati nella pratica. Il cambiamento appare, la struttura resta.
C’è una ulteriore contraddizione osservabile. Nella vita pratica — nel lavoro, nelle relazioni, nelle scelte quotidiane — la maggior parte degli italiani è largamente distante da quei modelli ideologici. Non li vive, non li applica. Il ragionamento motivato dall’identità di schieramento emerge nel dibattito pubblico, non nell’esperienza concreta. Questo non attenua il problema — lo conferma. Se quelle ideologie fossero davvero vissute produrrebbero comportamenti coerenti. Il fatto che non lo facciano dimostra che sono sopravvissute come identità di schieramento, non come sistemi di valori reali.
Il Gattopardo non è una metafora letteraria. È la descrizione di un meccanismo operativo. Tancredi capì prima di tutti che il cambiamento apparente era la forma più efficace di conservazione reale. Ogni alternanza politica italiana da allora ha riprodotto quella logica — non per citazione consapevole, ma per inerzia strutturale.
La responsabilità del presente
Gli italiani di oggi non erano presenti. Non portano responsabilità per quello che accadde nel 1945, né per gli anni di piombo, né per le verità che altri hanno scelto di non dire.
Ma esiste una responsabilità specifica e acquisibile nel presente.
Non è ereditata dal sangue o dall’appartenenza culturale. Si contrae nel momento in cui — posti davanti alla possibilità di una lettura storica più onesta — si sceglie consapevolmente di difendere la narrazione identitaria. Perché è più comoda. Perché protegge l’appartenenza al gruppo. Perché la verità costerebbe qualcosa.
La responsabilità non si eredita — si sceglie.
Chi difende quelle narrazioni oggi non sta proteggendo i propri padri. Sta contraendo un debito proprio — ipotecando la capacità collettiva di leggere il presente e affrontare il futuro. Le sfide che l’Italia ha davanti — economiche, demografiche, tecnologiche, geopolitiche — richiedono esattamente le capacità che una cultura fondata sul ragionamento motivato dall’appartenenza sistematicamente distrugge: la disponibilità ad aggiornare le proprie posizioni sulla base dei fatti, la capacità di dichiarare una sconfitta quando una strada non funziona, il coraggio di dire cose scomode.
Nessuno di questi comportamenti è compatibile con la difesa identitaria.
L’esperienza storica concreta di quelle ideologie ha prodotto risultati documentati e misurabili. Non ha bisogno di ulteriori sentenze. Ha bisogno che chi viene dopo tragga le conseguenze pratiche di quel giudizio — e smetta di usare quelle narrazioni come strumento di consenso nel presente.
Non è un atto di tradimento verso i propri padri. È l’unico modo per non continuare a subire i loro errori.


