Capita spesso, in questi anni, di ascoltare o leggere analisi che spiegano il declino italiano con una parola sola: dipendenza. Dipendenza militare dagli Stati Uniti, dipendenza monetaria dall’euro, dipendenza politica da Bruxelles. Sono argomenti costruiti, il più delle volte, con fatti veri — basi militari, vincoli di bilancio, una politica monetaria decisa altrove. Non è su questi fatti che voglio soffermarmi: sono verificabili, e in gran parte reggono.
La domanda che mi sono posto, da dilettante che prova solo a seguire i dati fino in fondo, è un’altra: quei vincoli — condivisi, per definizione, da tutti i paesi che ne fanno parte — spiegano davvero perché uno solo tra loro, l’Italia, si trovi sistematicamente in fondo alle classifiche di crescita? O stiamo scambiando la fotografia di oggi per la causa di come ci siamo arrivati?
È una domanda che si può provare a verificare, non solo argomentare. Ho provato a farlo, un passaggio alla volta.
Il primo dato utile è una questione di tempistica. La produttività italiana smette di crescere a un ritmo sostenuto già a metà degli anni Novanta — prima che l’euro entrasse in circolazione, nel 1999, e prima ancora che i criteri di Maastricht diventassero vincolanti. Se un problema comincia prima della causa a cui lo si attribuisce, quella causa, quantomeno da sola, non basta a spiegarlo.
Il secondo dato riguarda il debito pubblico, ed è forse il più controintuitivo. Negli anni in cui l’Italia aveva piena sovranità sulla propria moneta — quelli in cui poteva svalutare la lira senza chiedere permesso a nessuno — il debito non si è ridotto: è esploso. Dal 57,7% del PIL nel 1980 al 124,3% nel 1994, un raddoppio abbondante. La spiegazione non è che la sovranità monetaria fosse inutile, ma che aveva un costo nascosto: per compensare il rischio di svalutazione e inflazione, i mercati chiedevano tassi d’interesse altissimi — il 13% nel 1993, contro il 4,4% medio dell’area che di lì a poco sarebbe diventata euro. Quel differenziale ha eroso il debito reale molto meno di quanto la nuova spesa per interessi lo abbia fatto crescere. E chi ha pagato il conto dell’inflazione non è stato uno Stato astratto, ma i risparmiatori e i pensionati, il cui potere d’acquisto si consumava mentre i titoli di Stato a tasso fisso perdevano valore reale — una redistribuzione silenziosa, mai discussa in Parlamento, semplicemente subita.
Un terzo controllo riguarda un’ipotesi precisa: che l’instabilità di governo italiana dipendesse dal blocco politico della Guerra Fredda — l’esclusione del Partito Comunista dal governo, che per quasi cinquant’anni lasciò la Democrazia Cristiana come unico partito in grado di governare, senza una vera alternativa che potesse sostituirla tramite elezione. In un sistema del genere, il cambiamento non passa dal voto — passa dai negoziati interni tra le correnti dello stesso partito. Ed è quello che è successo: tra il 1948 e il 1994 si sono avvicendati quasi cinquanta governi, in media meno di uno all’anno, non perché la DC perdesse le elezioni, ma perché le sue componenti interne si accordavano e si scioglievano di continuo.
Se questa ipotesi fosse corretta, la fine di quel blocco — il 1994, quando il Partito Comunista si scioglie e nasce una vera alternanza tra centrodestra e centrosinistra — dovrebbe aver prodotto governi più stabili: il cambiamento, finalmente, può avvenire tramite le urne invece che tramite trattative interne a un solo partito. Il dato dice altro: dal 1994 al 2024 si sono succeduti circa quindici governi, con una durata media che resta sotto i due anni — sostanzialmente identica al periodo precedente. Rimossa la causa ipotizzata, l’effetto non cambia: segno che la causa vera va cercata altrove.
Un quarto controllo guarda fuori dai confini italiani. Nello stesso anno in cui l’euro è già pienamente in vigore per tutti, la Germania attraversa una fase di riforme del mercato del lavoro — le cosiddette riforme Hartz, 2003-2005 — che ridisegnano profondamente il proprio sistema economico. Le fa dentro lo stesso vincolo monetario che vincola l’Italia. Vale la pena aggiungere che la Germania di quegli anni non era affatto un modello di successo continuo: tra il 2001 e il 2005, prima delle riforme, veniva comunemente definita “il malato d’Europa”, con una crescita inferiore a quella italiana nello stesso periodo. Le riforme Hartz nascono proprio da quella difficoltà riconosciuta, non da una superiorità di partenza — il che rende il confronto più solido, non più debole: non stiamo paragonando un paese sano a uno malato, ma due paesi in difficoltà che hanno reagito in modo diverso. Il governo che promuove le riforme perde le elezioni subito dopo, il che dimostra che nemmeno lì la riforma fu popolare nell’immediato — ma le riforme sopravvivono al cambio di governo, e restano in piedi ancora oggi. Se il vincolo dell’euro rendesse la riforma strutturalmente impossibile, questo caso non dovrebbe esistere.
Un quinto controllo, forse il più diretto: lo stesso vincolo monetario riguarda venti paesi. Se fosse la causa principale della debolezza italiana, ci si aspetterebbe un effetto comparabile su tutti, con differenze legate all’intensità degli shock subiti. Il dato dice altro: dal 1999 al 2024 il PIL italiano è cresciuto, cumulativamente, del 12%. Il resto dell’area euro, nello stesso periodo, del 42%. Nessun altro paese membro ha fatto peggio dell’Italia — nemmeno la Grecia, che pure ha attraversato una crisi debitoria assai più drammatica, con un programma di salvataggio internazionale.
Prima di proseguire, vale la pena fermarsi su due elementi che il confronto appena fatto non deve far passare in secondo piano, per restare fedeli ai fatti e non scivolare in una lettura opposta e altrettanto parziale a quella da cui siamo partiti. Una teoria economica elaborata già negli anni Sessanta da Robert Mundell aiuta a inquadrare il primo: un’unione monetaria funziona bene quando le economie che ne fanno parte affrontano cicli simili e dispongono di meccanismi che compensino gli shock che colpiscono solo alcuni dei suoi membri. In assenza di questi meccanismi, un vincolo identico per tutti può comunque pesare in modo diverso a seconda delle condizioni di partenza di ciascun paese — e l’Italia entrò nell’euro, nel 1999, con un debito pubblico già al 121% del PIL, il più alto tra le grandi economie fondatrici: un margine di manovra fiscale nettamente inferiore a quello degli altri membri fin dal principio, indipendentemente da qualunque scelta politica successiva.
Il secondo elemento riguarda un episodio preciso in cui il vincolo europeo non si è limitato a rendere visibile un problema preesistente, ma ha aggiunto un costo proprio: l’austerità imposta tra il 2011 e il 2013, con tagli alla spesa pubblica dettati dai parametri di bilancio nel pieno di una recessione, nel momento in cui la domanda interna avrebbe avuto bisogno del sostegno opposto. È un meccanismo diverso da quello descritto finora: qui il vincolo non si limita a rivelare una debolezza già esistente, la aggrava direttamente.
Cinque controlli, cinque conferme dello stesso schema — con queste due eccezioni tenute esplicite — portano a escludere la causa esterna come spiegazione principale, senza per questo negarne ogni effetto.
Se il vincolo esterno non regge, da solo, come spiegazione principale, resta da capire cosa, dentro i confini italiani, produca questa instabilità così resistente a ogni cambiamento di contesto. Un indizio arriva da un confronto che sembra lontano dal tema, ma non lo è: perché la Germania, sottoposta allo stesso euro, riesce a tenere le proprie riforme anche dopo un cambio di governo, mentre l’Italia fatica a mantenere continuità di indirizzo per più di una legislatura?
La risposta si trova, in parte, nelle due Costituzioni del dopoguerra — scritte quasi negli stessi anni, ma per rispondere a due traumi opposti.
La Germania usciva dal collasso della Repubblica di Weimar, che in appena quattordici anni aveva avuto oltre venti governi diversi. Quella instabilità cronica aveva lasciato spazio a un articolo della costituzione weimariana — il famoso articolo 48 — che permetteva al presidente di governare per decreto d’emergenza, scavalcando un parlamento troppo frammentato per decidere. È attraverso quello strumento, non attraverso un colpo di stato in senso proprio, che Hitler arrivò al potere per vie formalmente legali. La Legge fondamentale tedesca del 1949 fu scritta, sotto la supervisione delle potenze alleate, esattamente per impedire che questo si ripetesse: introduce la sfiducia costruttiva — un cancelliere non può essere sfiduciato se il parlamento non elegge contestualmente un successore — e una soglia di sbarramento elettorale che scoraggia la frammentazione dei partiti.
L’Italia usciva da un trauma speculare. Il fascismo non nacque dall’instabilità, ma dal suo contrario: un esecutivo che riuscì ad accentrare ogni potere perché le istituzioni liberali precedenti non seppero opporgli contrappesi sufficienti. I costituenti italiani del 1947, memori di questo, costruirono l’opposto esatto di quanto fecero i tedeschi: un presidente del Consiglio senza potere di nomina o rimozione dei ministri, un Parlamento con due camere dai poteri identici, la possibilità di sfiduciare un governo a semplice maggioranza senza alcun obbligo di indicare chi lo sostituirà.
Le due scelte, prese separatamente, sono entrambe razionali rispetto al problema che dovevano risolvere — e nessuna delle due è priva di costo, semplicemente il costo è diverso. Nessuna delle due Assemblee costituenti stava pensando a quanto sarebbe stato facile, cinquant’anni dopo, portare avanti una riforma economica in un’unione monetaria comune — un problema che nel 1947 non esisteva nei termini in cui lo poniamo oggi.
Il prezzo pagato dalla Germania per la propria stabilità si vede in altri momenti: la formazione di un governo può richiedere mesi di trattative tra partiti (le coalizioni post-2017 e post-2021 hanno impiegato oltre due mesi per insediarsi), le grandi coalizioni tra forze politiche in teoria avversarie diventano necessarie proprio perché sfiduciare un cancelliere senza un’alternativa pronta è così difficile, e questo può ridurre la nettezza delle alternative offerte all’elettore. Il prezzo pagato dall’Italia per aver escluso la concentrazione di potere si vede invece nella difficoltà di portare avanti un indirizzo politico oltre l’orizzonte di un singolo governo.
In entrambi i casi il costo è l’altra faccia della stessa scelta: la Germania ha comprato continuità di indirizzo al prezzo di una minore fluidità nel cambiare rotta quando serve; l’Italia ha comprato la possibilità di cambiare rotta rapidamente al prezzo della continuità. Nessuna delle due architetture è “giusta” in assoluto — ciascuna riflette la priorità data al rischio che il proprio paese aveva più motivo di temere nel 1947-49.
Se il costo di quella scelta costituzionale è diventato, nel tempo, più alto del rischio che doveva prevenire, resta da chiedersi perché non sia mai stata corretta. I tentativi, va detto, non sono mancati: la Commissione bicamerale del 1997, la riforma del 2005 respinta dal referendum del 2006, quella del 2016 respinta a sua volta dagli elettori. In ciascuno di questi tre casi, gran parte del dibattito pubblico si spostò dal merito tecnico delle modifiche proposte — se rendessero i governi più stabili, se semplificassero il procedimento legislativo, se cambiassero i rapporti tra Stato e Regioni — verso categorie storiche più ampie: il richiamo al fascismo da un lato, alla Resistenza e alla Costituzione che ne è nata dall’altro. Questo spostamento del terreno del confronto ha una conseguenza precisa, al di là di quale posizione prevalga di volta in volta: la discussione si concentra su un evento di ottant’anni fa, mentre le condizioni che avrebbero motivato una revisione — un contesto nazionale e internazionale profondamente mutato rispetto al 1947 — restano sullo sfondo, raramente al centro del dibattito quanto la cornice storica che lo sovrasta.
C’è però una spiegazione più semplice, che si può descrivere senza scomodare la memoria storica o le divisioni ideologiche. La Costituzione italiana prevede, per essere modificata, un percorso con molti passaggi obbligati: l’approvazione di entrambe le camere, con la stessa esatta formulazione del testo; una seconda approvazione a distanza di mesi; maggioranze molto ampie per evitare il referendum, oppure, se quelle maggioranze non si raggiungono, un referendum popolare che può bocciare tutto il lavoro fatto. Ognuno di questi passaggi è, di per sé, un punto in cui la riforma può arenarsi. Non serve quindi presumere una paura collettiva o un rifiuto ideologico per spiegare perché i tre tentativi siano falliti: la macchina stessa, per come è costruita, rende ogni tentativo di modificarla difficile — è come se, per riparare una porta che si blocca da sola, si dovesse prima passare proprio attraverso quella porta bloccata. Questo spiega perché i tentativi falliscano, ma non spiega da solo il registro con cui, di volta in volta, sono stati discussi pubblicamente — perché il dibattito tende a spostarsi dal merito tecnico verso le categorie storiche di fascismo e Resistenza. Qui la radice è diversa.
Questo schema ricorrente ha una radice storica precisa, più stratificata di quanto un solo riferimento — la mancata resa dei conti col fascismo — lasci intendere. Da un lato, a differenza della Germania, dove Norimberga e la denazificazione produssero, con tutti i loro limiti, un momento pubblico di resa dei conti, l’Italia chiuse quella fase nel 1946 con un’amnistia che estinse la gran parte dei procedimenti giudiziari contro fascismo e collaborazionismo. Dall’altro, il conflitto 1943-45 fu esso stesso più complesso di come viene spesso ricordato: lo storico Claudio Pavone lo ha descritto come tre guerre sovrapposte — patriottica, civile e di classe — combattute spesso dagli stessi soggetti, e il Comitato di Liberazione Nazionale che guidò la Resistenza riuniva sei forze politiche di orientamento assai diverso tra loro, non un fronte unico. Riconoscere questa complessità storica non significa equiparare le due parti in campo, né relativizzare le responsabilità del regime che la guerra l’aveva provocata: significa semplicemente osservare che la dicotomia stessa — fascismo contro antifascismo, come categoria sommaria — non è mai stata affrontata fino in fondo, né nella sua origine giudiziaria né nella sua articolazione interna. È come se, per usare una metafora psicologica, un trauma fosse rimasto irrisolto perché non ha mai attraversato un percorso di elaborazione portato a compimento — non rimosso, dato che se ne discute con frequenza, ma mai davvero superato. Ed è forse anche per questo che quella dicotomia riemerge, sotto forma di dibattito acceso e semplificato, ogni volta che si tocca l’assetto istituzionale nato da quella storia mai raccontata fino in fondo.
A questa difficoltà meccanica si aggiunge un secondo fattore, che riguarda non le regole ma le persone che le usano, e che non è affatto una peculiarità italiana. Nel 1911 il sociologo tedesco Robert Michels pubblicò uno studio sui partiti socialisti del suo paese — scelti non a caso, perché erano tra i movimenti politici più dichiaratamente orientati all’uguaglianza e alla partecipazione dal basso che si potessero trovare in Europa. Michels osservò che, anche in quei partiti, chi arrivava a occupare posizioni di responsabilità tendeva col tempo a proteggere la propria posizione, indipendentemente dai valori con cui l’organizzazione si presentava pubblicamente. Chiamò questa tendenza “legge ferrea dell’oligarchia”: non una descrizione di un singolo partito o di un singolo paese, ma di una regolarità che si osserva in qualsiasi organizzazione umana strutturata — aziende, sindacati, partiti di ogni orientamento, in qualunque nazione. Non è quindi un tratto specifico della classe dirigente italiana il fatto che esista un interesse diffuso a conservare la propria posizione: quell’interesse esiste, in misura diversa, ovunque ci sia un’organizzazione con ruoli di comando. La domanda utile, di conseguenza, non è se in Italia esista questo fenomeno — esiste per definizione, come ovunque — ma quali meccanismi, altrove, riescano a contenerlo, e quali invece manchino nel caso italiano.
Ed è qui che le due cose — la difficoltà meccanica di riformare la Costituzione, e la tendenza generale di chi occupa posizioni di potere a proteggerle — si intrecciano in un modo specifico al caso italiano. Un presidente del Consiglio con pochi poteri formali (non può, per esempio, nominare o rimuovere autonomamente un ministro) e la cui permanenza in carica dipende da equilibri che possono rompersi con una semplice maggioranza parlamentare, occupa una posizione strutturalmente più debole di quella di un capo di governo che gode di garanzie istituzionali più solide, come la sfiducia costruttiva tedesca. Questa debolezza, che a prima vista sembra solo uno svantaggio, comporta anche una caratteristica meno visibile: una posizione debole e sempre rinegoziabile è, per definizione, più facile da raggiungere e da scambiare di una posizione stabile e blindata. Chi vi accede, quindi, non ha necessariamente un interesse personale a renderla più forte — perché farlo significherebbe rendere anche più difficile, per sé stesso in futuro, tornare a occuparla o a rinegoziarla. Non si tratta di un calcolo cinico dichiarato da qualcuno: è una conseguenza strutturale del modo in cui la posizione stessa è costruita, che vale per chiunque la occupi, a prescindere da chi sia o da quali intenzioni abbia all’inizio.
C’è, a questo punto, una precisazione necessaria su come descrivere quanto osservato finora. Chiamare tutto questo “indolenza” o mancanza di volontà collettiva sarebbe un’affermazione che nessun dato potrebbe mai smentire: qualunque esito, nel bene o nel male, si potrebbe sempre far rientrare in quella spiegazione. È più utile, e più onesto per chi vuole verificare piuttosto che affermare, dare a questo fenomeno un nome misurabile: resistenza al cambiamento, quantificabile per esempio attraverso indici di incertezza delle politiche pubbliche — l’Italia risulta sistematicamente sopra la media europea in questo tipo di misurazioni — o osservando quante riforme, una volta approvate, vengono modificate o smontate dal governo successivo.
È qui che si inserisce un punto più ampio, che tiene insieme quanto detto finora. Il susseguirsi rapido di governi, unito a una litigiosità diffusa tra le diverse aree politiche, rende difficile — se non impossibile — costruire una programmazione che superi l’orizzonte di una singola legislatura. Non è chiaro, del resto, se una programmazione di questo tipo sia mai stata realmente un obiettivo condiviso, prima ancora di essere un risultato mancato. A questo si aggiunge una tendenza specifica, osservabile a più riprese nella storia repubblicana: ogni nuovo governo tende non solo a non proseguire il lavoro di quello precedente, ma spesso a smontarlo esplicitamente, quasi a marcare una discontinuità rispetto a chi lo ha preceduto, indipendentemente dal merito di quanto era stato fatto. Il risultato netto, nella migliore delle ipotesi, è pari a zero: le energie spese per costruire una politica e quelle spese poi per disfarla si annullano a vicenda, lasciando il paese fermo dove era partito — o, più spesso, in una posizione peggiore, perché nel frattempo il contesto internazionale non si è fermato ad aspettare.
Vale la pena, a questo proposito, distinguere due affermazioni che rischiano di essere confuse tra loro. Dire che l’origine esterna di una richiesta di riforma — un vincolo europeo, un’indicazione internazionale — non la renda meno giusta è corretto: la validità di una misura non dipende da chi la propone. Ma dire che quell’origine non abbia alcun effetto pratico sulla sua tenuta nel tempo è un’affermazione diversa, e i dati non la confermano allo stesso modo. La politologa Vivien Schmidt ha osservato come le riforme sopravvivano ai cicli elettorali soprattutto quando nascono da un consenso costruito internamente, non quando restano percepite come imposte dall’esterno — il caso della Grecia durante la crisi del debito, dove alcune misure imposte dai creditori internazionali furono parzialmente disfatte non appena la pressione esterna si allentò, ne è un esempio documentato. Questo non toglie nulla al principio di partenza; lo affianca con un’osservazione distinta, che riguarda la sostenibilità politica di una riforma, non la sua legittimità di merito.
Fin qui il ragionamento si è mosso su un piano istituzionale: regole scritte, vincoli procedurali, meccanismi che riguardano governi e Costituzioni. Ma la stessa dinamica, a ben guardare, si ritrova anche a un livello più quotidiano e individuale — quello di cui ci si occupa in un altro contesto, lontano apparentemente dalla politica: il modo in cui, nella vita di tutti i giorni, si sceglie se assumersi o meno un costo quando nessuno è lì a controllare.
C’è, in ogni comportamento pubblico, un piano su cui esprimere una posizione non costa nulla — il commento, la condivisione, l’indignazione — e un piano diverso, quello in cui si ha davvero la possibilità di scegliere e quella scelta ha un prezzo. I due piani, quando restano separati, permettono a chi li vive di sentirsi coerente anche quando non lo è. Una descrizione di questo tipo di ritiro dalla responsabilità condivisa non è nuova: già Alexis de Tocqueville, nell’Ottocento, la definiva come un fenomeno progressivo più che una scelta dichiarata — ciascuno si occupa della propria sfera privata, lasciando che della cosa comune si occupi, genericamente, qualcun altro, senza che nessuno decida esplicitamente di ritirarsi. Émile Durkheim, alla fine dello stesso secolo, descriveva un fenomeno complementare: l’anomia, la perdita del riconoscimento interiore di una norma che può restare formalmente in vigore — scritta, firmata, sottoscritta — pur avendo smesso di essere sentita come vincolante da chi dovrebbe osservarla. E la psicologa Ziva Kunda ha mostrato, in uno studio del 1990 divenuto un riferimento sul tema, come il ragionamento tenda sistematicamente a orientarsi verso le conclusioni che si preferisce raggiungere piuttosto che verso quelle meglio sostenute dai fatti — un meccanismo che aiuta a spiegare perché questa dissociazione non richieda, da parte di chi la vive, alcuna percezione di incoerenza.
Applicata al tema di queste pagine, questa dissociazione assume una forma precisa, e riguarda tanto i cittadini quanto chi li rappresenta — perché è dai cittadini, in ultima analisi, che la politica trae il proprio margine d’azione. L’indignazione verso i vincoli esterni è il piano a costo zero: si esprime, si condivide, costruisce un’identità comune con chi la pensa allo stesso modo — e questo vale nel dibattito pubblico quanto nelle conversazioni private di chi non ha alcun ruolo politico. La riforma strutturale di cui si è parlato finora è invece il piano dove la responsabilità ha un costo reale: continuità di indirizzo oltre l’orizzonte di un singolo governo, sacrificio elettorale nel breve periodo per un beneficio visibile solo più avanti, la disponibilità a sostenere un cambiamento anche quando chi lo propone perde consenso. Un politico non ha, in genere, alcun incentivo a percorrere questo secondo piano se l’elettorato che dovrebbe sostenerlo resta fermo al primo: chiede riforme in astratto, ma punisce nelle urne chi gliele propone in concreto — è accaduto in Germania con le riforme Hartz, è accaduto altrove ogni volta che un costo reale è stato chiesto in cambio di un beneficio differito. La responsabilità di questa dissociazione, quindi, non appartiene a una classe dirigente distinta dal resto della popolazione: appartiene a entrambe, ciascuna nel proprio ruolo, e si rinnova ogni volta che l’una asseconda l’altra. Non è un caso isolato: è la stessa logica per cui, si potrebbe dire, i diritti senza doveri non sono una conquista, ma una pretesa — e per cui un idealismo che non ha mai dovuto sostenerne il prezzo resta, appunto, un idealismo senza prezzo.
C’è un’ultima osservazione che si lega direttamente a quanto appena descritto, e che tocca un tema ricorrente nel dibattito pubblico italiano: l’abitudine a rivendicare, quasi come un vessillo, alcune qualità considerate tipicamente nazionali — la creatività, l’ingegno, la capacità di arrangiarsi in condizioni difficili, lo spirito imprenditoriale. Sono qualità che trovano, spesso, conferma concreta: non è raro imbattersi in italiani che, trasferitisi altrove, raggiungono risultati professionali che in patria non erano riusciti a ottenere. Questo dato viene generalmente letto in un modo solo: il talento c’è, è il sistema esterno — la burocrazia, i vincoli europei, la scarsità di risorse — a impedirgli di esprimersi in Italia.
Vale la pena chiedersi se questa lettura sia completa. Le stesse qualità che vengono sventolate come prova di superiorità nazionale sono, per loro natura, anche le più difficili da tollerare per chi occupa una posizione di comando in un sistema costruito — come si è visto poco sopra — per premiare chi non la mette in discussione. Chi possiede visione, capacità di rischio e voglia di cambiare le cose rappresenta, in un contesto simile, una minaccia diretta per chi ha interesse a mantenere l’assetto esistente. Non stupisce, in questa lettura, che quelle qualità trovino spazio altrove più facilmente che in patria: non è un paradosso che si limiti a osservare “il talento c’è ma non trova terreno”, è una conseguenza più diretta — un sistema che si regge sulla non sostituibilità di chi comanda ha, semplicemente, meno spazio per lasciar competere chi potrebbe sostituirlo, e quel talento trova altrove le condizioni che qui gli vengono negate.
Se questo è corretto, allora rivendicare quelle qualità come prova di eccellenza nazionale, mentre nello stesso tempo il sistema interno le allontana in modo sistematico, non è soltanto un’incoerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa — è la forma più compiuta della stessa dissociazione descritta poco sopra: si celebra, sul piano del discorso pubblico, esattamente ciò che si è scelto di non lasciar prosperare sul piano dove le scelte hanno un costo reale. Il vessillo, in altre parole, sventola sopra lo stesso meccanismo che lo svuota dall’interno.
Messi in fila, questi passaggi non pretendono di essere una teoria compiuta, né tantomeno un verdetto. Sono le tappe di un percorso che un dilettante — senza una formazione specifica in economia, diritto costituzionale o scienza politica — ha provato a costruire seguendo i dati disponibili, un controfattuale alla volta, con la stessa logica con cui altrove si è già affrontato il tema della responsabilità individuale in “Sudditi per scelta” e quello della selezione della classe dirigente in “La gerarchia come conservazione della posizione”. I tre pezzi, letti insieme, descrivono lo stesso meccanismo osservato a tre scale diverse: quella del singolo gesto quotidiano, quella di chi occupa le posizioni di comando, e quella dell’intero paese nel suo rapporto con i vincoli che si è dato o che ha accettato.
Resta, come in ogni ragionamento che si vuole falsificabile, la possibilità che un fatto non ancora considerato rimetta in discussione qualcuno di questi passaggi — ed è bene che resti così: non è questo il luogo per chiudere la questione, ma per lasciarla aperta a chi volesse verificarla con altri dati. Se è vero che il vincolo esterno — europeo, monetario, geopolitico — non spiega da solo perché l’Italia sia rimasta indietro rispetto a paesi sottoposti agli stessi vincoli, e se è vero che un’architettura istituzionale pensata ottant’anni fa per un pericolo ormai remoto non è mai stata aggiornata a un contesto profondamente mutato, restano alcune domande più scomode di quelle da cui siamo partiti. Non se l’Europa, la moneta unica o le alleanze internazionali abbiano un costo — lo hanno, e lo abbiamo riconosciuto strada facendo. Ma se, tolto quel costo dall’equazione, il paese sarebbe davvero pronto a darsi da solo ciò che oggi attribuisce a chi sta fuori dai suoi confini. E se la stessa domanda — chi deroga a un patto comune non commette un errore, semplicemente smette di essere cittadino e diventa suddito, non per costrizione ma per scelta — non riguardi, in fondo, tanto un intero paese quanto ciascuno di noi, nella parte che gli spetta.


