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Ci sono almeno tre modi per leggere ciò che sta accadendo nell’ordine internazionale di questi anni. Il primo è che si tratti di una crisi transitoria, destinata a rientrare in un assetto già noto una volta che le potenze in difficoltà avranno ritrovato la propria posizione — una restaurazione. Il secondo è che esista un progetto, più o meno esplicito, per ridisegnare l’assetto dall’alto secondo criteri tecnocratici condivisi da un’élite sovranazionale — un reset. Il terzo è che nessuno dei due sia in corso, e che si stia formando invece un assetto nuovo, non voluto da nessuno dei contendenti, ma prodotto dalla loro competizione.
Questo scritto non parte da una tesi tra le tre. Parte da una domanda più modesta: quali segnali, oggi, permettono di distinguerle? E chi li osserva, ha davvero gli strumenti per vederli — o guarda con una lente che gli ha sempre confermato ciò che si aspettava di trovare?
Un modo per orientarsi in un passaggio come questo è cercare ricorrenze: se la storia produce cicli, conoscerli basterebbe a prevedere il seguito. Ma se fosse vero, la conoscenza storica sarebbe la miglior previsione del futuro — e non lo è mai stata, perché ogni transizione porta con sé variabili proprie, irriducibili a uno schema. Un modo diverso — più modesto, e forse più onesto — è chiedere alla storia non “come andrà”, ma “cosa guardare”: quali segnali si sono rivelati decisivi nei passaggi precedenti, prima ancora di sapere se questo passaggio li riproporrà.
Per orientarsi tra le tre ipotesi non basta un’intuizione, per quanto fondata: servono indicatori che abbiano già mostrato, in passato, di essere rilevanti nei momenti di trasformazione — non per ripetere uno schema, ma per sapere dove guardare.
Il primo indicatore è la base materiale di una potenza — economia, risorse e capacità produttiva, che qui si terranno insieme sotto un solo termine: economia. Lo storico Paul Kennedy, studiando l’ascesa e il declino delle grandi potenze dall’età moderna in poi, ha mostrato come il logoramento delle egemonie storiche sia arrivato non per sconfitta militare improvvisa, ma per uno scarto crescente tra l’estensione degli impegni imperiali e la capacità economica reale di sostenerli: il cosiddetto “imperial overstretch”. La Spagna di Filippo II, impegnata simultaneamente nei Paesi Bassi, contro l’Inghilterra e contro gli Ottomani, andò incontro a bancarotte ripetute nonostante l’argento delle Americhe. Kennedy scriveva nel 1987, e includeva già l’Unione Sovietica tra i casi a rischio dello stesso meccanismo: una spesa militare sproporzionata rispetto a un’economia reale più debole di quanto la proiezione di potenza lasciasse credere — una previsione che i fatti avrebbero confermato nel giro di pochi anni.
Il secondo è la coesione interna. Nel XIV secolo, il pensatore arabo Ibn Khaldun, osservando l’ascesa e il tramonto delle dinastie del Maghreb, la attribuì al ciclo dell’asabiyya — la solidarietà di gruppo che si rafforza nella necessità e nella durezza, e si dissolve proprio nel benessere raggiunto. È una regolarità che la tradizione occidentale conosce fin dall’antichità, sebbene con un vocabolario diverso: già Sallustio, descrivendo la Roma repubblicana dopo la distruzione di Cartagine, osservò come la scomparsa di un nemico esterno avesse tolto alla città il timore che la teneva compatta, aprendo la strada al lusso, all’avidità e alla corruzione dei costumi. Che due tradizioni distanti nel tempo e nello spazio, ignare l’una dell’altra, abbiano isolato lo stesso meccanismo è di per sé un indizio che non si tratti di un’osservazione culturale, ma di una regolarità strutturale delle società complesse.
Il terzo indicatore, più recente, è la capacità antifragile di un popolo — la distinzione che Nassim Taleb pone tra ciò che si limita a resistere a uno shock, ciò che si rompe, e ciò che ne esce rafforzato. È forse l’indicatore più difficile da misurare in anticipo, perché si rivela pienamente solo nello shock stesso — ma è anche quello che meglio distingue, a posteriori, chi ha attraversato una trasformazione da chi ne è stato semplicemente travolto.
Nessuno di questi tre autori pretende di prevedere il futuro attraverso il passato. Ciascuno, semmai, indica dove guardare quando una trasformazione è già in corso — economia, coesione, capacità di risposta — lasciando aperta, in ogni singolo caso, la domanda su cosa quegli indicatori mostrino oggi.
Un caso di controllo: la Gran Bretagna del 1945
Il caso britannico del secondo dopoguerra permette di testare il metodo su una trasformazione di cui conosciamo già l’esito — non per prevedere, ma per verificare se le variabili scelte l’avrebbero fatta emergere in anticipo.
Sul piano economico, la Gran Bretagna usciva dalla guerra formalmente vincitrice ma materialmente prosciugata: il debito pubblico aveva raggiunto oltre il 200% del PIL, e il paese dipendeva da un prestito americano negoziato nel 1946 solo per restare solvibile. Il tentativo di ripristinare nel 1947 la piena convertibilità della sterlina — un gesto pensato per riaffermare il ruolo della valuta come perno del commercio mondiale — si risolse in poche settimane in una fuga dalle riserve tale da costringere Londra a sospendere la misura. Nel frattempo, gli accordi di Bretton Woods del 1944 avevano già consegnato al dollaro, non alla sterlina, il ruolo di valuta di riferimento del sistema internazionale: la decisione non fu imposta con la forza, fu semplicemente presa altrove, mentre Londra vi partecipava ancora come se trattasse da pari.
Sul piano della coesione e del progetto imperiale, il segnale più netto arrivò dall’India, che ottenne l’indipendenza nel 1947 — appena due anni dopo la vittoria — aprendo la decolonizzazione che nel giro di un ventennio avrebbe smontato l’impero su cui si fondava l’autopercezione britannica di grande potenza.
Resta da chiedersi cosa avrebbe mostrato il terzo indicatore, l’antifragilità popolare. Qui il caso britannico è più ambiguo: la società britannica del dopoguerra mostrò una notevole capacità di tenuta nei rifornimenti, nel razionamento prolungato fino al 1954, nella ricostruzione — segnali di resilienza reale. Ma la resilienza, per Taleb, non è la stessa cosa dell’antifragilità: tornare come prima non è la stessa cosa che uscire dallo shock trasformati e più forti. E infatti la Gran Bretagna del dopoguerra non si trasformò per affrontare la nuova competizione — ricostruì, sostanzialmente, la stessa economia e la stessa mentalità imperiale che la crisi economica e la decolonizzazione stavano già smentendo. Fu, in questo senso, un caso di resilienza senza antifragilità: il paese resse allo shock, ma non ne uscì con una lettura nuova di se stesso — il che aiuta a spiegare perché Suez, dieci anni dopo, colse ancora la classe dirigente britannica impreparata.
Chi, nel 1945, avesse guardato solo alla vittoria militare e al prestigio diplomatico — i criteri con cui la Gran Bretagna aveva sempre misurato se stessa — avrebbe visto una potenza tra le tre vincitrici della guerra, con un seggio permanente all’ONU e un impero ancora formalmente intatto. Chi avesse guardato al debito, alla dipendenza dal dollaro e ai primi segnali di sgretolamento coloniale, avrebbe visto qualcosa di diverso: un paese che aveva vinto la guerra e già perso il tavolo su cui si sarebbe giocata la pace. Il punto di verifica definitivo arrivò nel 1956, con la crisi di Suez: Londra e Parigi lanciarono un’operazione militare senza consultare Washington, convinte di agire ancora da grandi potenze autonome — e furono costrette al ritiro dalla sola pressione finanziaria americana sulla sterlina. Fu il momento in cui il criterio nuovo si impose su chi ancora ragionava con quello vecchio.
Stati Uniti
Il caso americano offre oggi lo stesso tipo di scarto già visto per la Gran Bretagna del 1945, ma osservato mentre è ancora in corso, non a cose fatte.
Sul piano economico, il debito pubblico detenuto dal pubblico ha superato nel 2026 il 100% del PIL, un livello che il Congressional Budget Office prevede supererà entro pochi anni il record del 106% raggiunto nel 1946 — con una differenza strutturale importante: quel record nacque da una guerra mondiale e si ridusse rapidamente con la pace; l’attuale cresce in piena occupazione e in tempo di pace, senza alcuna inversione di rotta prevista nei prossimi dieci anni. Il servizio del debito ha superato per la prima volta la spesa per la difesa nel bilancio federale. Ciò che finora ha impedito una crisi di fiducia — a differenza di quanto accadrebbe a qualsiasi altro paese con simili squilibri — è il privilegio del dollaro come valuta di riserva globale: un margine strutturale che nessun’altra economia possiede, ma che gli analisti definiscono non illimitato nemmeno per Washington.
È in questo contesto che si inserisce la politica tariffaria e commerciale della seconda amministrazione Trump — una linea che riprende esplicitamente il criterio della forza negoziale diretta, il “grande bastone” di radice rooseveltiana: usare la leva economica e commerciale come strumento di pressione unilaterale, partendo dal presupposto che la posizione dominante americana resti quella di sempre. È un impianto di restaurazione nel senso proprio del termine: non nasce col logoramento fiscale in corso, ma lo eredita, proiettando ancora forza in un momento in cui la base materiale che la sosteneva si sta assottigliando. Il punto di verifica empirica, qui, non è un’opinione ma un dato osservabile nel tempo: se la strategia tariffaria produrrà un riequilibrio duraturo dei rapporti commerciali a favore degli Stati Uniti, oppure — come nel caso britannico di Suez — un costo crescente (inflazione interna, allontanamento di alleati verso accordi alternativi, pressione sulle aste dei Treasury) che il quadro di riferimento adottato non prevede come possibile.
Sulla coesione interna, il segnale più diretto è politico-fiscale: sia il partito repubblicano sia quello democratico, secondo gli analisti di bilancio, competono nel promettere più spesa e più sgravi fiscali, in quello che viene definito un “populismo fiscale” bipartisan — l’incapacità di affrontare lo squilibrio strutturale non è imputabile a una sola parte politica, ma a un meccanismo di competizione elettorale che rende impraticabile qualunque aggiustamento serio, in entrambi gli schieramenti.
Il tentativo di reshoring manifatturiero, avviato con più decisione dal 2022 e intensificato dalla politica tariffaria dell’amministrazione Trump, mostra i limiti dell’antifragilità americana in questo campo. I dati del 2025-2026 sono in parte contraddittori: da un lato centinaia di miliardi di investimenti annunciati e una parte reale di rientro produttivo, soprattutto in settori ad alta intensità tecnologica (semiconduttori, packaging avanzato); dall’altro, l’occupazione manifatturiera complessiva è diminuita di oltre 100.000 posti nel solo 2025, e le stesse aziende del settore indicano la carenza di manodopera qualificata — non il costo del lavoro, non le tariffe, non la fiscalità — come il principale ostacolo al rientro produttivo.
Non è tanto il costo della manodopera americana a essere insostenibile in sé, quanto l’assenza della base di competenze intermedie — tecnici, capireparto, ingegneri di processo — che si accumula in decenni di pratica industriale continua e che pochi anni di incentivi non possono ricostituire. È esattamente il tipo di capitale che l’antifragilità di Taleb richiederebbe di possedere per attraversare uno shock rafforzandosi: gli Stati Uniti restano fortissimi nell’innovazione di frontiera (intelligenza artificiale, capitali di rischio, ricerca), ma quella forza non compensa automaticamente il vuoto lasciato nella manifattura di base — sono due strati diversi dello stesso sistema, e uno si è impoverito mentre l’altro si rafforzava.
Russia
Sul piano economico, la Russia offre il caso più complesso da leggere, perché i dati aggregati e i dati strutturali raccontano storie diverse. Il PIL ha retto sorprendentemente bene fino al 2024, con picchi del 4,9%, ma quella crescita riflette quasi interamente la spesa militare, salita al 7,2% del PIL nel 2025 e ormai pari a circa il 40% dell’intero bilancio federale — una quota che diversi analisti giudicano senza precedenti nemmeno nell’Unione Sovietica prebellica del 1940. Nel primo trimestre del 2026 il PIL russo si è contratto per la prima volta in tre anni, dello 0,2%, a causa della combinazione tra guerra e sanzioni, mentre le entrate da petrolio e gas si sono quasi dimezzate rispetto all’anno precedente. Il governo stesso ha rivisto drasticamente al ribasso le stime di crescita per l’anno in corso.
Sul piano della coesione interna, il costo umano è il dato più duro da quantificare proprio perché il Cremlino ha smesso di renderlo pubblico: l’agenzia statistica russa ha sospeso la pubblicazione dei dati su nascite, decessi e statistiche demografiche regionali — un segnale, più che un’omissione, di quanto quel dato sia ritenuto politicamente sensibile. A questo si aggiunge la fuga di oltre 700.000 persone dall’inizio della guerra, in gran parte lavoratori qualificati, e un dato sul sentiment interno raccolto da Gallup: il 60% dei russi valuta in peggioramento la situazione economica della propria regione, il dato peggiore dall’inizio della rilevazione nel 2006.
Sul piano dell’antifragilità — la capacità di adattarsi e rafforzarsi sotto shock — la Russia mostra un profilo genuinamente misto. Da un lato ha dimostrato una notevole capacità di adattamento tecnico e commerciale: ha riorientato le esportazioni energetiche verso Asia, India e Medio Oriente, e ha sostituito i fornitori occidentali con quelli cinesi in tempi rapidi. Ma quello stesso adattamento ha prodotto una dipendenza nuova, non un’autonomia: la dipendenza russa dalla Cina per le tecnologie critiche ha raggiunto il 90%, mentre per la Cina la Russia rappresenta appena il 2,7% delle proprie esportazioni totali — un’asimmetria netta: chi dipende è la Russia, non la Cina. È un caso che sfida la lettura netta di Taleb: la Russia ha assorbito lo shock senza rompersi, ma il modo in cui lo ha fatto — sostituendo una dipendenza dall’Occidente con una dipendenza, più profonda, dalla Cina — non sembra qualificarsi come rafforzamento, quanto come sopravvivenza a un costo strutturale crescente.
Cina
Il caso cinese, più di Russia e Stati Uniti, mostra uno scarto netto tra due economie che convivono nello stesso paese. Sul piano macroeconomico aggregato, la Cina ha centrato l’obiettivo ufficiale del 5% di crescita nel 2025 e ha aperto il 2026 con un primo trimestre sopra le attese, trainato da un export record — in particolare in settori tecnologici strategici come robotica industriale, semiconduttori e veicoli elettrici. Ma diversi analisti indipendenti, tra cui Rhodium Group, stimano la crescita reale più vicina al 2,5-3%, molto sotto il dato ufficiale. Il settore immobiliare, che al suo apice rappresentava quasi il 29% del PIL includendo le filiere collegate, resta in contrazione strutturale dal 2021, con investimenti in caduta a doppia cifra e uno stock di invenduto stimato in 25-30 mesi di vendite. I prezzi al consumo sono rimasti in deflazione per gran parte degli ultimi quattro anni, mentre la disoccupazione giovanile ha toccato livelli record prima che il governo smettesse di pubblicarne il dato pubblico — lo stesso meccanismo di opacità statistica già visto per la demografia russa.
Sul piano della coesione interna, il segnale più rivelatore non arriva dagli analisti esterni ma dallo stesso Xi Jinping, che parlando ai delegati dello Jiangsu ha ammesso la necessità di affrontare un ambiente più complesso e contraddizioni più radicate — un’ammissione di fragilità rara per una leadership che ha costruito la propria legittimità sull’immagine di una Cina vincente. A questo si somma il declino demografico assoluto, giunto al terzo anno consecutivo, con una popolazione diminuita di 1,4 milioni nel solo 2024.
Sul piano dell’antifragilità, la Cina presenta il profilo più robusto tra i tre casi esaminati, e in modo diverso dagli Stati Uniti: qui non c’è uno strato di eccellenza tecnologica che convive con un vuoto manifatturiero, ma l’opposto — un apparato industriale che resta il più esteso e integrato al mondo, e che si sta spostando deliberatamente verso l’alto valore aggiunto (intelligenza artificiale, materiali avanzati, energia verde), con investimenti in automazione e robotica pensati esplicitamente per compensare il calo demografico. È un adattamento reale, non solo dichiarato: la produzione industriale e l’export tecnologico hanno continuato a crescere anche nei trimestri più difficili sul piano interno. Resta però un nodo strutturale irrisolto: quella stessa forza produttiva convive con una domanda interna che i consumi delle famiglie non riescono a colmare — le famiglie cinesi spendono, in proporzione al reddito, circa il 20% in meno della media mondiale — rendendo la Cina fortemente dipendente dalla propria capacità di continuare a vendere all’estero ciò che il mercato interno non assorbe.
Un campo più affollato
Accanto ai tre grandi contendenti, un campo più affollato di quanto la narrazione dominante — ancora centrata sul triangolo USA-Russia-Cina — lasci intendere. L’India ha superato quest’anno il PIL del Regno Unito, la sua ex potenza coloniale, e le proiezioni indicano che nei prossimi cinque anni la sua quota di crescita globale supererà quella statunitense. A differenza della Cina, che deve affrontare un rapido invecchiamento demografico, l’India gode ancora di una popolazione relativamente giovane — un vantaggio strutturale che, secondo la lettura di Kennedy, si traduce direttamente in capacità produttiva futura, non solo attuale. La Turchia, pur con un’economia meno solida e più esposta a crisi valutarie ricorrenti, gioca da tempo un ruolo di equilibrismo geopolitico tra NATO, Russia e Medio Oriente che nessuna delle tre grandi potenze controlla direttamente — un caso da manuale di potenza regionale che pesa più della propria base economica, perché occupa uno snodo che gli altri non possono ignorare.
Nessuna delle due punta oggi a un ruolo egemonico paragonabile a quello di Washington, Mosca o Pechino. Ma la loro sola esistenza come attori con margini di manovra propri — non allineati in blocco a nessuno dei tre poli maggiori — è essa stessa un dato: conferma che la competizione descritta in queste pagine non si gioca su un tavolo a tre, ma su un tavolo più affollato, dove alcuni dei posti a sedere non sono ancora stati assegnati da nessuno.
Il tavolo che non vedono
Nessuno dei quattro casi esaminati offre una prova definitiva a favore di una delle tre ipotesi iniziali. Gli Stati Uniti mostrano un logoramento fiscale strutturale e un vuoto manifatturiero che la retorica della restaurazione non sembra in grado di colmare, ma restano ancora il paese con il maggiore margine di manovra finanziario del pianeta. La Russia ha retto allo shock delle sanzioni senza rompersi, ma pagando il prezzo di una nuova dipendenza, più profonda della precedente. La Cina possiede la base produttiva più solida tra i tre, ma non ha ancora risolto lo squilibrio tra offerta industriale e domanda interna che ne mina la sostenibilità di lungo periodo. E attorno a questi tre poli, India e Turchia occupano già oggi spazi che nessuno dei tre controlla.
Se qualcosa emerge con chiarezza da questo confronto, non è quale dei tre contendenti prevarrà — la griglia a tre variabili non è uno strumento predittivo, e usarla come tale sarebbe lo stesso errore imputato a chi legge la storia come un ciclo che si ripete. Ciò che emerge, semmai, è che nessuno dei quattro casi si comporta secondo le categorie con cui la restaurazione e il Great Reset pretendono di leggerli: non c’è un progetto egemonico che stia vincendo secondo le proprie regole, né un tavolo tecnocratico che stia effettivamente ridisegnando l’assetto globale dall’alto. C’è, piuttosto, una competizione aperta, i cui esiti dipendono da variabili — coesione interna, capacità di trasformarsi sotto shock, non solo di resistervi — che raramente compaiono nei comunicati ufficiali di nessuno dei contendenti.
Restaurazione e Great Reset, per quanto opposte nell’impostazione — la prima conservativa, la seconda progettuale — condividono la stessa fiducia di fondo: la convinzione che il proprio potere resti in grado di orientare gli altri contendenti. La restaurazione lo fa nella forma più antica, quella di chi vuole cambiare tutto perché nulla cambi davvero nella sostanza dei rapporti di forza. Il Great Reset lo fa nella forma opposta, credendo che un progetto tecnocratico possa imporre le proprie regole a chi non vi partecipa. Entrambe presuppongono che gli altri giocatori — Russia, Cina, le potenze regionali emergenti — rispondano, prima o poi, alle stesse categorie con cui Washington o Bruxelles hanno sempre letto il mondo. È esattamente questa fiducia, non la debolezza materiale, a renderle vulnerabili: chi non riconosce che l’avversario segue regole proprie, non concepite per essere lette dall’esterno, rischia di scoprirsi irrilevante proprio nel momento in cui si crede ancora al centro del tavolo.
Resta una domanda, volutamente lasciata aperta: se l’assetto che si sta formando fosse davvero quello nuovo — non voluto da nessuno dei contendenti, ma prodotto dalla loro competizione — chi continuasse a leggerlo con gli strumenti della restaurazione o del reset non solo interpreterebbe male i segnali. Rischierebbe, come l’Inghilterra del 1945, di non riconoscerli nemmeno come tali: di fare, ancora una volta, i conti senza l’oste — pianificare un progetto sicuri delle proprie regole, senza tenere conto di ciò che non si controlla, e che nessuna delle proprie categorie aveva previsto come possibile.


